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6 - SENECA - Lettere a Lucilio

Seneca, I, 7

Mi chiedi che cosa, secondo me, dovresti soprattutto evitare?

La folla. Non puoi ancora affidarti ad essa tranquillamente..

Quanto a me, ti confesserò la mia debolezza: quando rientro non sono mai lo stesso di prima; l’ordine interiore che mi ero dato, in parte si scompone. Qualche difetto che avevo eliminato, ritorna. I rapporti con una grande quantità di persone sono deleteri: c’è sempre qualcuno che ci suggerisce un vizio o ce lo trasmette o ce lo attacca a nostra insaputa.

Più è la gente con cui ci mescoliamo, tanto maggiore è il rischio.

Ma non c’è niente di più dannoso alla morale che l’assistere oziosi a qualche spettacolo: i vizi si insinuano più facilmente attraverso i piaceri.

Capisci che cosa intendo dire? Ritorno più avaro, più ambizioso, più dissoluto, anzi addirittura più crudele e disumano, poiché sono stato in mezzo agli uomini.

Bisogna sottrarre alla folla gli animi deboli e  poco saldi nel bene : è molto facile subire l’influsso della maggioranza.

Un solo esempio di mollezza o di avarizia produce gravi danni: un commensale raffinato a poco a poco ti guasta ti infiacchisce, un vicino ricco scatena la tua avidità, un compagno malvagio contamina anche  un uomo semplice e puro: che cosa pensi che succeda alle nostre convinzioni morali quando vengono attaccate in massa dai vizi?

Due sono i casi: o li imiti o li odi.

Ma sono da evitare l’uno e l’altro estremo: non devi assimilarti ai malvagi perché sono molti, né essere nemico di molti, perché sono dissimili.

Ritirati in te stesso per quanto puoi; frequenta le persone che possono renderti migliore e accogli quelli che puoi rendere migliori.

Il vantaggio è reciproco perché mentre si insegna si impara.

Non c’è ragione per cui il tuo desiderio di gloria debba spingerti ad esibire a tutti il tuo ingegno con declamazioni o discussioni pubbliche; ti consiglierei di agire così, se tu avessi merce adatta alla massa, ma (come dice Democrito)  “ una sola persona vale quanto  tutto il popolo e il popolo quanto una sola persona.”

Io non parlo per molti, ma per te, noi siamo, l’uno per l’altro un teatro sufficientemente grande”.

 

Seneca I,3

 

Mi scrivi che hai dato a un tuo amico delle lettere da consegnarmi;  mi inviti poi a non discutere con lui di tutto quello che ti riguarda , poiché tu stesso non ne hai l’abitudine.

Così nella stessa lettera affermi e poi neghi che quello è tuo amico.

Se usi una parola specifica in senso generico e lo chiami amico come noi chiamiamo “ onorevoli” tutti quelli che aspirano a una carica pubblica, oppure salutiamo con un “ caro” chi incontriamo , se il nome non ci viene in mente, lasciamo perdere.

Ma se consideri amico uno e non ti fidi di lui come di te stesso, sbagli di grosso e non conosci abbastanza il valore della vera amicizia.

Con un amico decidi tranquillamente di tutto, ma prima decidi se è un amico; una volta che hai fatto amicizia ti devi fidare; prima però devi decidere se è vera amicizia .

Confondono i doveri dell’amicizia sovvertendone l’ordine le persone che, dopo aver concesso il loro affetto, cominciano a giudicare  e, avendo giudicato, non mantengono l’affetto.

Rifletti a lungo se è il caso di accogliere qualcuno come amico, ma, una volta deciso, accoglilo con tutto il cuore e parla con lui apertamente  come con te stesso.

Vivi in modo da non avere segreti nemmeno per i tuoi nemici. Poiché però ci sono cose che è abitudine tenere nascoste, dividi con l’amico ogni tua preoccupazione, ogni tuo pensiero.

Se lo giudichi fidato, lo renderai anche tale.

Chi ha paura di essere ingannato insegna a ingannare e i suoi sospetti lo autorizzano ad agire disonestamente.

Perché di fronte a un amico dovrei pesare le parole? Perché davanti a lui non dovrei sentirmi come se fossi solo?

C’è gente che racconta al primo venuto fatti che si dovrebbero confidare solo agli amici e scarica nelle orecchie di uno qualunque i propri tormenti.

Altri, invece, temono persino che le persone più care vengano a sapere le cose, e nascondono sempre più dentro ogni segreto, per non confidarlo, se potessero, neppure a se stessi.

Sono due comportamenti da evitare perché è un errore sia credere a tutti, sia non credere a nessuno, ma direi che il primo è un difetto più onesto, il secondo più sicuro.

Allo stesso modo meritano di essere biasimati sia gli eterni irrequieti, sia gli eterni  flemmatici.

Non è operosità godere  dello scompiglio, ma lo smaniare di una mente esagitata, come non è quiete giudicare fastidiosa ogni attività, bensì fiacchezza e indolenza.

Ricorda bene: “C’è chi si tiene così ben nascosto che gli sembra tempesta tutto ciò che succede sotto il sole.”

Bisogna saper conciliare queste due opposte tendenze: chi è flemmatico deve agire e deve calmarsi chi è sempre in attività.

Consigliati con la natura: ti dirà che ha creato il giorno e la notte.

Stammi bene.

 

Seneca I, 6
Lucilio caro, mi rendo conto che non solo mi sto correggendo, ma addirittura mi trasformo; certo non garantisco e nemmeno spero che non ci sia più nulla in me da cambiare. E perché non dovrei avere ancora molti sentimenti da frenare, da attenuare, da elevare? Vedere difetti che fino ad allora ignorava , proprio questa è la prova di un animo che ha fatto progressi; con certi malati ci si rallegra quando prendono coscienza del loro male.

Ci terrei dunque a farti conoscere questo mio improvviso cambiamento; allora comincerei ad avere una più salda fiducia nella nostra amicizia, quella vera che non la speranza, non il timore né la ricerca del proprio interesse può spezzare , quell’amicizia che dura fino alla morte e per la quale si è pronti a morire.

Potrei menzionarti molti cui non è mancato l’amico, ma la vera amicizia: questo non può verificarsi quando un’identica volontà di desiderare il bene

induce gli uomini a unirsi.

Perché no? Perché essi sanno di avere ogni cosa in comune e soprattutto le avversità. Non puoi immaginare quali progressi io mi accorga di compiere giorno per giorno.

Tu mi dici “ riferisci anche a me questo metodo che hai trovato così efficace”.

Certo desidero travasare in te tutto il mio sapere e sono lieto di imparare qualcosa appunto per insegnartela.

Di nessuna nozione potrei compiacermi, per quanto straordinaria e vantaggiosa, se ne avessi conoscenza per me solo. Se mi fosse concessa la sapienza a condizione di tenerla chiusa in me senza trasmetterla ad altri, rifiuterei: non da gioia il possesso di nessun bene, se non puoi dividerlo con altri.

Ti manderò perciò i miei libri e perché tu non perda tempo qua e là a rintracciare i passi utili,li sottolineerò: così troverai subito quello che condivido e apprezzo.

Più che un discorso scritto però ti sarà utile il poter vivere e conversare insieme; al momento è necessario che tu venga; primo perché gli uomini

Credono più ai loro occhi che alle loro orecchie, poi perché attraverso i precetti il cammino è lungo, mentre è breve ed efficace attraverso gli esempi.

E non ti faccio venire solo perché tu ne tragga giovamento, ma perché tu mi sia utile; ci aiuteremo moltissimo a vicenda.

Frattanto, poiché ti devo il mio piccolo contributo quotidiano, ti dirò un pensiero che oggi mi è piaciuto in Ecatone: “ Tu chiedi quali progressi abbia fatto? “  egli scrive   “ho cominciato ad essere amico di me stesso”

ha  fatto un grande progresso: non sarà mai solo.

Sappi che tutti possono avere questo amico.

Stammi bene.

 

Seneca I, 9

Mi chiedi come si possa stringere presto un’amicizia? Te lo dirò. (Come dice Ecatone) “Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato ama”.

Non solo dalle amicizie sicure di vecchia data si ricava grande piacere, ma anche dal cominciarne e dal procurarsene di nuove.
Tra chi ha un amico e chi lo cerca c’è differenza, come tra il contadino che miete e quello che semina.

Il saggio, anche se è autosufficiente, vuole avere un amico, se non altro per esercitare l’amicizia, perché una virtù così nobile non languisca; non lo fa”per avere chi lo assista se è ammalato, chi lo soccorra in carcere o in miseria”, ma per avere qualcuno da assistere lui stesso nelle malattie o da liberare se prigioniero dei nemici.

Se uno si preoccupa solo di sé e perciò fa amicizia, sbaglia. L’amicizia finirà come è cominciata: si è procurato un amico perché lo aiutasse nella prigionia: non appena ci sarà rumore di catene costui sparirà. Sono le amicizie cosiddette opportunistiche: un’amicizia fatta per interesse sarà gradita finché sarà utile. Così se uno ha successo, lo circonda una folla di amici, mentre rimane solo se cade in disgrazia.

L’inizio e la fine fatalmente concordano: chi è diventato amico per convenienza, per convenienza finirà di esserlo. Se nell’amicizia si ricerca un utile, per ottenerlo si andrà contro l’amicizia stessa.

L’amore senza dubbio somiglia un po’ all’amicizia; lo si potrebbe definire un’amicizia dissennata. Si ama forse per denaro? Per ambizione o per desiderio di gloria?

 

Il saggio è autosufficiente. I più però interpretano male questa espressione: allontanano il saggio da tutto e lo costringono dentro il suo guscio.

Ma i più, caro Lucilio, interpretano male questa espressione, voglio indicarti il significato e limiti di questa frase: il saggio è autosufficiente per vivere felice, non per vivere; a questo scopo gli occorrono infatti molti elementi, per vivere felice solo un amico onesto, fiero e noncurante della sorte.

(Crisippo dice) “il saggio non sente la mancanza di niente, e tuttavia ha bisogno di molte cose , lo sciocco invece  non ha bisogno di niente, perché non sa servirsi di niente , ma sente la mancanza di tutto.”

Il saggio ha bisogno delle mani, degli occhi, e di molte altre cose indispensabili alle attività di ogni giorno, ma di nessuna sente la mancanza; sentire la mancanza di qualcosa deriva dalla  necessità, mentre al saggio niente è necessario.

E’ autosufficiente e prende moglie, è autosufficiente e genera figli, è autosufficiente e tuttavia non potrebbe vivere se dovesse vivere senza nessuno.                       

Quindi, per quanto sia autosufficiente, ha bisogno di amici e desidera averne il più possibile, ma non per vivere felice, è felice anche senza amici

Il sommo bene, cioè la felicità , non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi : è un bene interiore e nasce tutto da se stesso, diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di se all’esterno. Epicuro dice:

“ chi non si ritiene molto felice , anche se è padrone del mondo è un poveretto” e infatti.. che importa qual è il tuo stato, se a te non sembra buono?

Non è felice chi non pensa di esserlo.

 

Seneca I, 11
Ho avuto un colloquio con il tuo amico, un ragazzo di buona indole, e già le sue prime parole mi hanno mostrato la sua grandezza d’animo, la sua intelligenza e i progressi morali compiuti. Non era preparato a parlare: è stato colto di sorpresa. Mentre si concentrava, solo in parte riuscì a superare quella timidezza che è un buon segno in un giovane e arrossì come dal profondo dell’anima. Questo rossore, immagino, lo seguirà sempre, anche quando, confermati i suoi sani principi e spogliatosi di tutti i vizi, sarà ormai diventato un saggio.

Nemmeno la saggezza può cancellare i difetti naturali del corpo o dello spirito: la scienza può attenuare, non vincere completamente, le tendenze radicate e congenite.
Anche certi uomini di carattere fermo sudano copiosamente davanti alla folla, come se fossero stanchi o accaldati; ad alcuni, quando devono parlare, tremano le ginocchia; altri battono i denti, tartagliano e hanno le labbra incollate; né l’esercizio né l’esperienza possono mai cancellare questi difetti: la natura esercita la sua forza e persino agli uomini più vigorosi ricorda la propria presenza valendosi delle loro debolezze.

Tra queste c’è pure il rossore che sale d’improvviso anche al volto degli uomini più importanti. Ma più spesso compare nei giovani, che sono più ardenti e hanno il viso delicato. Non risparmia però nemmeno gli anziani e i vecchi.

Tutte le caratteristiche legate alla nascita o alla costituzione fisica persisteranno in noi, anche se cercheremo a lungo e con tenacia di correggerci; non possiamo sradicarle, come non possiamo procurarcele.

Gli attori che rappresentano i sentimenti, che esprimono la paura, la trepidazione, la tristezza, riescono a rendere anche la timidezza: chinano il volto, parlano con voce sommessa, abbassano gli occhi e li tengono fissi a terra. Non possono però fingere il rossore: è una reazione che non si può frenare né provocare.

Ma è ormai tempo di concludere. Ecco una massima, utile e salutare: “Dobbiamo indirizzare la nostra stima verso un uomo onesto e averlo sempre davanti agli occhi per vivere come se lui ci guardasse, e agire sempre come se ci vedesse”.

E’ bene provare rispetto e riverenza per una persona che possa rendere più puro ogni nostro segreto sentimento con la sua autorevolezza.
Beato chi, con la sua presenza fisica anche solo spirituale, ci aiuta a emendarci!

Beato chi rispetta un uomo al punto di correggersi e migliorarsi anche solo ricnordandolo!

Scegli un uomo di cui approvi la vita, le parole e il volto stesso, specchio dell’anima. Tienilo sempre davanti agli occhi come guida e come esempio.

E’ necessario regolare su qualcuno la nostra condotta. Non si possono correggere i difetti senza una norma a cui fare riferimento.

Stammi bene.